Essere femministi non è uno slogan

Il femminismo dei giorni nostri è sempre più strumentalizzato dal mondo della moda ma siamo sicuri che questa strumentalizzazione sia fruttuosa? Vediamo se le tshirt con gli slogan sono davvero utili.

 

We should all be feminist”, “girls can do anything”. Queste sono solamente due delle frasi d’ispirazione femminista che da mesi vediamo nei pic più stilosi di instagram stampate su tshirt tutt’altro che etiche e a buon mercato. Sia che si tratti di grandi griffe che di brand poco meno aristocratici, si comunicano messaggi d’ispirazione femminista che lasciano il tempo che trovano se non sono accompagnati da azioni più radicali. Basti solo pensare al fatto che non è più un gran segreto che la maggioranza della produzione di abbigliamento è affidata ad una manovalanza femminile molto spesso non tutelata. Che senso ha indossare una maglietta di cotone che incita alla difesa delle donne quando con ogni probabilità la stessa è stata prodotta da una donna sottopagata?

Questo è solo uno degli interrogativi che dovrebbero saltare alla mente di tutti, sfortunatamente non è proprio cosi e di solito la prima reazione è un gran plauso al brand per l’impegno sociale.

Femminismo e moda dovrebbero unirsi in un sodalizio che davvero potrebbe fare la differenza ed esistono realtà in cui è già cosi.

Le piccole realtà che tentano di nobilitare il mondo della moda macchiato da troppe ingiustizie sociali e ambientali meriterebbero un sostegno prioritario. Certo non è un male comunicare al mondo le proprie idee indossando una maglietta che le afferma ma bisogna andare oltre.

Prendiamo ad esempio l’ultima “azione” di Maria Grazia Chiuri che per la notte degli oscar ha mandato sul red carpet un’adorabile Natalie Portman avvolta in un mantello con ricamati i nomi di registe non presenti alla competizione. Provocazione giusta o ridondanza fuori luogo?

Io per prima sono stata felice della collaborazione con l’artista femminista Penny Slinger , che ha creato il set dell’ultimo défilé della Haute Couture di Parigi; il set della sfilata è stato progettato dalla surrealista che con una scultura del corpo femminile ha sottolineato l’importanza dello stesso.

Sulla questione andremo sicuramente più a fondo, cercando di capire quali sono le azioni concrete messe in atto dalla direttrice artistica che tanto ci tiene a trasformare una della maison più importanti del mondo, Dior, in un quartier generale del neofemminismo. Se ci riesce senza denaturalizzare il marchio e senza ipocrisie di sorta, ci farà tutti più che felici.

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